Intervista datata 1987 a Minoru Mochizuki(†)

  • 22 Novembre 2016

Pubblichiamo, dalla pagina del M° Adriano Amari, un’interessante nonché preziosa intervista a Minoru Mochizuki (1907-2003†) datata 1987, realizzata da un inviato di una rivista di karate.
(D > domande del giornalista – M.M. > risposte di Minoru Mochizuki sensei)

D.: Maestro Mochizuki, parlateci per prima cosa di come voi avete iniziato le Arti Marziali.
M.M.: Io sono nato nel 1907 a Shizuoka. Mio nonno era l’ultimo discendente di una linea di Samurai stabilitisi sulla Tokaido, in un albergo. Egli insegnava l’arte della Spada e faceva parte della classe superiore dei Samurai. Mio padre, Miozo Mochizuki, non era altro che un semplice cittadino. Ma mio nonno, che l’aveva accattato come allievo, lo prese come genero per via delle sue qualità morali e tecniche: era un ottimo combattente. Più tardi mio padre si è trasferito a Tokyo. E’ così che io ho cominciato a praticare il Judo nel 1912, presso il maestro Takebe: avevo cinque anni. Poi i miei genitori hanno traslocato e a diciassette anni mi sono iscritto al Kendokan, il Dojo del grande maestro di Judo Toku Sanbo. Toku sensei era famoso per aver sconfitto 165 avversari in linea, quando non era che un adolescente ! Due anni più tardi io sono entrato al Kodokan, il Dojo del Maestro Jigoro Kano. Ho ottenuto il mio primo dan nel giugno del 1926, quando avevo diciannove anni. L’anno successivo sono passato secondo Dan e il maestro Kyuzo Mifune mi ha voluto come suo assistente.

D.: Come avete incominciato a praticare altre discipline oltre il Judo ?
M.M.: Il Maestro Kano, che era un visionario, aveva sentito il bisogno di preservare le Arti Marziali Tradizionali. Così, nel 1928, fondò il Kobudo Kenkyukai, sezione di ricerca sulle arti marziali tradizionali antiche. Questa sezione, di cui io facevo parte, raggruppava all’inizio una trentina di membri, tutti campioni di Judo. Due volte al mese, su richiesta di Kano, che pagava i corsi, quattro maestri di Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu venivano appositamente da Narita a Tokyo per insegnarci la loro arte.
La scuola Katori, che risale al XV secolo, è la più antica tradizione marziale del Giappone. E’ anche classificata tesoro nazionale. Il suo insegnamento comprende specialmente il Ken Jutsu, arte della Spada, il Bo Jutsu, arte del bastone, la Naginata (alabarda), lo Yari (lancia).. Gli judoka la detestavano! Dopo tre mesi, non rimansi che io come allievo. Vedendo questo, il Maestro Kano mi ha domandato di formare una nuova sezione. Io riuscii a riunire dieci persone scegliendole tra i piccoletti: la loro costituzione non li avvantaggiava nella pratica del Judo dove, a capacità tecnica uguale, il più pesante si impone. Al contrario, questo non aveva affatto influenza per il lavoro delle armi.
La situazione della scuola Katori Shinto Ryu era assai curiosa. Il XVIII Soke discendente dal fondatore della scuola, Morisada Iizasa, morto nel 1897, non aveva lasciato eredi maschi. C’erano, dunque, nove professori differenti, l’insegnante principale era lo Shihan Yamaguchi. Alla morte di Yamaguchi, nel 1918, gli otto professori rimasti avevano dai 38 ai 70 anni. Ciascuno insegnava in modo differente secondo la sua età e la sua morfologia. Dei quattro esperti che venivano al Kodokan, Tamai sensei aveva 70 anni, Kaboki sensei 50 anni, Ito sensei 45 anni e Shiina sensei 38 anni. Ciascuno aveva una tecnica differente. Io ero molto perpleso. Sono andato a trovare il Maestro Kano per domandargli: “Che devo fare?”. Egli scoppiò a ridere e mi rispose: “Devi trovare il tuo modo proprio”.
E’ stato allora che ,mi hanno proposto di divenire il XIX Soke sposando una discendente di Morisada Iizasa. Ma ho rifiutato questa offerta, perché questo mi avrebbe obbligato a lasciare il Maestro Kano.
Nel 1929 un nuovo Soke è stato nominato per matrimonio. Prese il nome di Kinjiro Iizasa. Uno dei miei condiscepoli del Kodokan, Sugino sensei, abbandonò il Judo per consacrarsi allo studio del Katori Shinto Ryu. E’ stato formato in dieci anni dal maestro Shiina. Gli otto Shihan hanno continuato ad insegnare: così Otake sensei, l’attuale responsabile tecnico del Katori, fu allievo del maestro Hayashi. Oggi, il XX Soke è il figlio di Kinjiro. Tutto questo spiega le differenze tecniche che si possono incontrare all’interno di questa scuola, da un esperto ad un altro.

D.: Com’è avvenuto il vostro incontro col Maestro Ueshiba ?

Minoru Mochizuki con 'O Sensei Weshiba

Minoru Mochizuki con ‘O Sensei Weshiba

M.M.: I Maestri Kano e Ueshiba si conoscevano bene. Kano sensei chiese inizialmente al Maestro Ueshiba di inviare degli istruttori al Kodokan, ma questi declinò la sua proposta. Allora, nel 1930, Kano sensei mi inviò a seguire dei corsi presso Ueshiba sensei. Il prezzo di questi corsi era di 30 yen per mese, mentre un allievo al Kodokan pagava solo 3 yen al mese per imparare il Judo ! Era il Maestro Kano che pagava il conto per me. Nello stesso modo, mi fece studiare lo Shindo Muso Ryu Jo Jutsu presso Shimizu sensei, e l’arte della Spada con il maestro Hakudo Nakayama.
Ueshiba sensei si era installato a Tokyo verso il 1922. Era divenuto popolare nell’ambiente delle Arti Marziali, perché insegnava il Daito Ryu Aiki Ju Jutsu. Era allievo del maestro Sokaku Takeda, probabilmente l’esperto più formidabile del Giappone. Sokaku Takeda era un samurai, un vero combattente natoo nell’epoca feudale e vissuto nell’epoca Meiji. Quest’uomo aveva la tempra d’un Miyamoto Musashi. Aveva disputato diversi combattimenti a morte, perché faceva l’ufficio di guardia del corpo presso giudici o capi di polizia. Aveva messo in riga un clan intero di Yakuza, dei gangster. Ogni volta che arrivava in una città, due regali lo attendevano: un’offerta della polizia locale, perché sapevano che la città sarebbe stata calma durante il suo soggiorno, e un’offerta da parte della yakuza, che volevano evitare noie.
Un giorno, nel 1935, il maestro Takeda venne a visitare il suo allievo, il Maestro Ueshiba. Dato che Ueshiba sensei era assente, io ho ricevuto il maestro Takeda al suo posto. L’ho fatto entrare in casa, e gli ho offerto del Te. Egli rispose e mi chiese piuttosto dell’acqua bollente: quando gli ho portato l’acqua, egli uscì la sua tazza e si fece il suo te. Gli ho voluto offrire dei dolci: lui rifiutò e mangiò dei dolci che si era portato con se. Infatti, rifiutava tutte le bevande, tutti i cibi che non erano stati preparati del suo allievo Ueshiba in persona, perché temeva di essere avvelenato. Egli viveva perennemente in guardia, anche a ottanta anni!
Ueshiba sensei aveva ricevuto dal maestro Takeda l’autorizzazione di insegnare il Daito Ryu Aiki Ju Jutsu. Il Maestro Ueshiba cambiò più volte il nome della sua scuola: Takemusu Aiki, Aiki Bu Jutsu… Io sono divenuto suo assistente, e ho insegnato a suo fianco. Nel 1933 Ueshiba sensei mi ha dato un diploma, il Daito Ryu Aiki Ju Jutsu Okuden Inka, la più alta distinzione di questa scuola, e mi ha dato l’autorizzazione di insegnare. Il Maestro Ueshiba mi aveva proposto di sposare sua figlia e di divenire il suo successore, ma, come per il Katori Shinto Ryu io rifiutai, perché non desideravo lasciare il Maestro Kano.

D.: Qundo è nato il termine Aikibudo?
M.M.: Nel 1922, i maestri Takeda e Ueshiba utilizzavano questo termine. Nel 1931, io mi sono ammalato, e il Maestro Kano ha pagato la retta del mio soggiorno in ospedale. Io sono ritornato a Shizuoka e ho aperto una sala nel novembre del 1931, il Dojo Yoseikan. Io insegnavo Judo, l’Aiki Ju Jutsu e il Katori Shinto Ryu. Dopo la seconda guerra mondiale, Ueshiba sensei non impiegava piùil termine Ju Jutsu per designare il suo metodo: preferiva il termine Aikido. Io ho adottato prima il termine Aikido Ju Jutsu per il mio insegnamento. Ma, sicuramente, la forma insegnata dal Maestro Ueshiba non era più quella che io avevo appreso verso il 1930. L’Aiki Ju Jutsu è una forma marziale che osserva il combattimento reale, dove l’aspetto realistico deve essere sempre presente. L’Aikikai diceva che l’Aikido Yoseikan non era affatto Aikido. Allora, per evitare i problemi di federazione, uno dei miei allievi francesi, Alain Floquet, ha ripreso il termine Aikibudo, mettendo così fine a tutta la confusione.

D.: Una precisazione: i Sutemi (tecniche in sacrificio, dove uno cade per provocare la caduta dell’avversario) che si trovano nell’Aikibudo sono una vostra creazione?
M.M.: Si, sono io che li ho messi a punto combinando le mie conoscenze di Judo e Aiki Ju Jutsu.

D.: Durante la guerra, voi avete soggiornato in Manciuria. Potete parlarci di questo periodo ? E siete stato influenzato dalle tecniche cinesi?
M.M.: Effettivamente, nel 1938, sono partito per installarmi in Mongolia con la mia famiglia. All’inizio sono stato direttore del liceo di Paou To per due anni. Gli allievi mongoli venivano anche da molto lontano e noi li sorvegliavamo spesso a casa: erano come dei nostri bambini. Poi fui nominato sotto-prefetto del dipartimento cinese di Se Sui a per il governo mongolo. A quell’epoca la politica del Giappone in Cina era quella di nominare dei prefetti cinesi e dei sotto-prefetti giapponesi: il posto di prefetto era soprattutto onorifico, il potere reale si trovava nelle mani del sotto-prefetto.
Bisogna sapere che questa regione era desiderata sia dai sovietici che dai giapponesi. Nel 1905, la Russia vinta dal Giappone aveva dovuto cedere la base di Port-Arthur. Nel 1931, i giapponesi hanno invaso la Manciuria, al nord-est della Cina, e ne hanno fatto uno stato “indipendente” sotto il controllo nipponico. Uno degli scopi di questa operazione era contenere l’espansione dei sovietici. Nel 1937 il Giappone ha dichiarato guerra alla Cina. E, nel 1941, la città dove mi trovavo è stata assediata dai comunisti cinesi, le truppe di Mao Zedong. Ho organizzato la difesa facendo piazzare dei presidi di soldati tutto attorno alla città in modo di poter dare velocemente l’allarme i caso d’attacco. Così abbiamo potuto respingere tutti i tentativi dei comunisti, che non sono mai riusciti a conquistare la città. Poco a poco ci siamo messi al sicuro, e ho ricevuto la più alta decorazione dal governatore mongolo. Parallelamente a queste attività militari, mi sono occupato di grandi lavori di ristrutturazione. Ho sviluppato i canali di irrigazione sul Fiume Giallo: siamo passati da 70 a 200 km. Di canali, cosa che ha permesso di moltiplicare per dieci la produzione agricola. Ho fatto costruire una scuola e due ponti di 200 metri, che esistono tutt’ora. Infine, ho formato una squadra medica incaricata della salute e dell’igiene dei militari e della polizia.
Sono ritornato in Cina nel Giugno di quest’anno. La scuola e i due ponti esistono ancora e i cinesi hanno sviluppato il sistema d’irrigazione. Ma quello che mi ha fatto più piacere, è stato rivedere quelli che io avevo conosciuto come bambini. Oggi hanno cinquanta o sessant’anni ! Mi hanno riconosciuto e mi hanno detto: “ Maestro, voi siete come nostro padre!” Abbiamo pianto insieme, e mi hanno chiesto di ritornare a vederli l’anno prossimo.

D.: E le Arti Marziali, durante questo periodo?
M.M.: Io insegnavo il Judo, il Kendo e l’ Aiki Ju Jutsu ai Mongoli. Alla stazione di Sachi, il capostazione, Kudoka, era originario delle Ryu-Kyu, l’arcipelago di Okinawa. Era III dan di Judo, e molto fiero della sua tecnica. A quell’epoca io avevo il grado di V dan, così lui veniva ogni giorno ad allenarsi con me. Una sera, mi ha domandato: “ Conoscete il Karate” Io gli ho risposto di no, e lui mi fece una piccola dimostrazione. Lui era figlio del re Kudaka, dell’arcipelago delle Ryu-Kyu, ed era stato educato a quest’arte dopo l’infanzia. Io sono divenuto suo allievo, e lui mi ha insegnato il Karate. Praticava uno stile vicino allo Shurite. Io mi sono basato su questo metodo per creare il kata Happoken, che insegna le otto forme fondamentali degli attacchi di pugno. D’altronde, a Tokyo, io segui per tre mesi i corsi di Gichin Funakoshi sensei, ma io non mi sono mai considerato realmente un suo allievo.

D.: avete avuto dei contatti con le Arti Marziali cinesi ?
M.M: Si, a più riprese. Ho avuto occasione di fare dei combattimenti con degli esperti cinesi, a mani nude e con le armi, precisamente col bastone. Ho sempre vinto. Le tecniche giapponesi sono molto dirette, mentre le tecniche cinesi impiegano innanzitutto movimenti circolari. Ho avuto la sensazione che le Arti Marziali giapponesi siano più vicine alla realtà del combattimento, tra la vita e la morte, mentre le Arti Marziali cinesi mi sono sembrate meno realistiche. Per esempio, io trovavo il Tai Chi Chuan molto noioso!

D.: Dove siete stato dopo la Cina ?
M.M.: Sono ritornato in Giappone nel 1947. Ho ricostruito il Dojo Yoseikan a Shizuoka. Poi sono venuto in Francia nel 1951. ero stato inviato dall’Associazione delle Università Giapponesi per rinnovare il contatto, interrotto durante la guerra, tra il Giappone e l’Europa.
Sono rimasto in Francia per tre anni, ma ho girato per tutta l’Europa. Ho insegnato il Judo, ho dimostrato l’Aikido Ju Jursu (il Maestro Ueshiba ribattezzava la sua arte aikido proprio in quei tempi). Ho dato pure corsi di iai, basi di Kendo e di Karate. Credo di poter dire di essere stato il primo insegnante di Karate veramente qualificato a esser venuto in Francia. Ho formato alcune persone, i miei primi allievi francesi. Io stesso mi sono iniziato alla Boxe inglese e alla Boxe francese. Poi, nel 1953 sono ripartito per il Giappone.

D.: Attualmente, chi sono le persone che, in Francia, possono dirsi continuatori dei suoi insegnamenti?
M.M.: Oltre mio figlio Hiroo Mochizuki, sicuramente, io considero Alain Floquet come colui che perpetua il mio insegnamento. Egli viene ad allenarsi al Dojo Yoseikan tutti gli anni dal 1970. La sua tecnica è la stessa di quella che insegno. La particolarità dello Yoseikan è quella che l’allievo riceve una formazione in diverse discipline: Judo, Aikibudo, Karate, Katori Shinto Ryu… Semplicemente, la tecnica di Floquet è un po’ più dura della mia, meno morbida… Ma è normale, è giovane. Egli segue la mia stessa via, e io considero Alain Floquet come un mio figlio spirituale.

D.: Di tutte le discipline che lei ha praticato, quale preferisce ?
M.M.: Principalmente preferisco il Judo, poi il Kendo, infine l’Aikido (l’Aiki Ju Jutsu, se voi preferite).

D.: L’esperienza del combattimento reale, durante la guerra, ha modificato la vostra concezione delle Arti Marziali ?
M.M.: I praticanti di Arti Marziali detestano la guerra. Kano sensei, Mifune sensei, Ueshiba sensei… Tutti questi grandi maestri avevano la guerra in orrore. Io pure. Detestavo la guerra, ma ero stato mobilizzato, e non avevo scelta.
Il fatto di essermi trovato di fronte alla morte durante la guerra m’aiutato a sentire quale era la vera Via. Io avevo cercato innanzitutto l’efficacia E’ per questo che considero la Via della Spada come l’Arte Marziale numero uno. Il vero combattimento è la Spada, e tutte le tecniche sono in essa contenute. Durante la guerra, nel combattimento reale, io ho appreso che cos’era l’efficacia.

Minoru Mochizuki con il figlio Hiroo ed i nipoti Mitchi e Kyoshi

Minoru Mochizuki con il figlio Hiroo ed i nipoti Mitchi e Kyoshi

D.: Qual è, per voi, la differenza tra sport ed Arte Marziale ?
M.M.: E’, giustamente, l’efficacia. Uno sport si deve poter praticare senza pericolo, dunque si eliminano tutte le tecniche pericolose. Prendiamo il Kendo: altri tempi, si poteva colpire alle gambe, ai gomiti, da sotto… Ora, non ci sono più di quattro bersagli autorizzati, dunque ci si è allontanati dalla efficacia. La vera efficacia è uccidere il più velocemente possibile. Uno sport non è affatto efficace: ha come solo scopo la competizione. Quando ero giovane amavo moltissimo la competizione, nel Judo. Un giorno, ho vinto due tornei nella stessa giornata. La sera, il Maestro Kano mi ha rimproverato! Mi ha fatto comprendere che non avevo vinto niente. Io praticavo il Judo solo per la competizione, mentre avrebbe dovuto essere l’inverso. La competizione deve aiutare a comprendere il senso dell’Arte Marziale. Si suppone che sia la rappresentazione di un duello mortale e, in questo senso, può apportare qualcosa al praticante, chi ha la fede di vincere avrà la fede di vivere.
Il Maestro Kano era innanzitutto un intellettuale, un brillante accademico. Il Judo non rappresentava che una infima parte delle sue attività. Come il Maestro Ueshiba, era delicato di costituzione. Perché la loro tecnica fosse efficace, loro dovevano trovare il punto debole dell’avversario. Dato che il loro livello era molto elevato, lo trovavano subito. Il metodo di vincere non è quello di opporre forza a forza: bisogna trovare il punto debole dell’avversario ed agire di conseguenza.

D.: Alla fine di ogni corso, voi fate il gesto della preghiera, il GASHO, le mani giunte, e voi battete le mani. Qual è il significato di questo gesto ?
M.M.: Con una sola mano, uno è molto debole. Le due mani riunite, palmo contro palmo, sono come la struttura di un tetto: l’unione fa la forza. C’è il famoso principio del Judo proclamato da Jigoro Kano: l’unione e prosperità mutuale. Al livello della tecnica, quando uno utilizale le due mani, sia per bloccare un colpo che per svincolarsi, si è molto forti.
Quando sbatto le palme una contro l’altra e colpisco l’interno delle mani, c’è un rilascio di calore: le due mani si uniscono, sono due forze che si ricongiungono. C’è un altro significato nello Shinto, la religione giapponese: si cacciano gli spiriti malvagi e si agisce in armonia con la natura, essendo ognuno una piccolissima parte dell’universo.

D.: Un grande maestro di Spada ha detto un giorno: lo stadio supremo delle Arti Marziali e lo stadio di colui che non ha più bisogno della Spada. Che ne pensate ?
M.M.: Per agire, è necessario il corpo, la tecnica e il cuore, lo spirito. Il cuore si trova nel corpo. Ocorre innanzitutto avere un cuore e un corpo forte. Il corpo gioca un ruolo importante, la tecnica pure, perciò la spada è importante. Personalmente, penso che la Spada e il keikogi (tenuta d’allenamento) mi sono ancora necessari, e che lo saranno fino alla fine.
Io vi voglio dire: ho visto sul vostro giornale un articolo sui ninja. Ora, i Samurai disprezzavano i ninja. Per il primo dan, un ninja deve sapere imitare il grido degli animali, sin dall’inizio, essi cominciano ad abbindolare la gente. I ninja mentono, così nessuno può avere fiducia in loro, loro si nascondono per non essere visti.. Il Ninjutsu non forma affatto degli uomini. D’altronde, quelli che praticano realmente queste discipline non se ne vantano affatto: un ninja non dirà mai la verità. Anche se è esperto nell’arte della spada, affermerà di non conoscerne affatto la tecnica.

D.: Qual’era l’ideale del Samurai ?
M.M.: Un Samurai non ha altro scopo se non obbedire. Il suo ideale è servire. Un po’ come i vostri cavalieri, che uccidevano secondo gli ordini del loro signore. Non avevano affatto una nozione dibene o di male. Colui che praticava l’Arte della Spada capiva immediatamente l’essenza delle Arti Marziali. Perché? Perché con la Spada, si colpisce diritto. Il Samurai va dritto come la Spada.
Etimologicamente, “Samurai” viene da “saburo”, colui che cammina dietro un grande personaggio. E’ questo, un Samurai: riceve un ordine e l’esegue. Non pensa affatto alla morale.

D.: Un’ultima domanda, Maestro: per voi, qual è l’essenza delle Arti Marziali ?
M.M.: In tempo di pace, l’essenza delle Arti Marziali è l’insegnamento. Nel “RYU”, c’è l’idea della “corrente”. “DO”, la “Via”, è qualche cosa che passa, un insegnamento che si trasmette. Se si arresta l’insegnamento, non c’è più la Via, è solamente una tecnica. Partendo dal momento in cui è entrato nelle scuola, il Ju Jutsu si è trasformato. All’opposto, il Maestro Kano ha creato il Judo a partire dal Ju Jutsu. La tecnica marziale vuole unicamente uccidere, mentre lo scopo delle Arti Marziali è di formare la personalità.
Il principio della vita consiste a trasmettere un insegnamento, un po’ come una corrente che passa. All’origine la trasmissione si faceva da padre in figlio, bisogna avere la stessa relazione tra maestro ed allievo. Il vero praticante di Arti Marziali, il budoka, non è colui il quale si contenta di padroneggiare una tecnica, ma colui che insegna quello che ha imparato. Colui che non vuole insegnare non è affatto un budoka: prende la tecnica, ma non ne segue la via.